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Puzzle Catania - Storia

Le peripezie della ricostruzione

Priva di un piano regolatore, Catania si allargò a macchia d'olio. Ognuno costruì secondo le proprie esigenze ignorando norme urbanistiche, assegni di linea, pendenze, livellette ecc. Il centro storico venne soffocato da una serie di palazzacci (ad eccezione di qualche raro capolavoro architettonico) e da asfittiche casupole. Per tale motivo, le strade sorte dopo, furono strette, tortuose e spesso senza sbocco, contravvendendo ai princìpi della buon'anima del Duca di Camastra, che aveva previsto 'rette e larghe vie'..!

Riguardo alle strade costruite in spregio alle previsioni, va ricordata la storia di Via Umberto. L'esito del risanamento del quartiere Rinazzo, intorno al 1875, dipendeva in parte dall'apertura di una strada, in asse con l'ingresso principale della Villa, larga 34 metri, snodantesi per diversi chilometri verso il mare. Poichè tale progetto avrebbe leso interessi di privati, il Consiglio Comunale venne invaso per anni da proposte, controproposte, allettamenti ed anche minacce. Il consigliere Michele Scammacca, fautore della grande arteria, fece stampare a proprie spese un opuscolo per informare i catanesi dei vari ostacoli e sensibilizzare dunque l'opinione pubblica. Il risultato fu quello che ancor oggi osserviamo. Al posto della grande arteria, larga 34 metri, venne fuori una strada stretta, lunga, fiancheggiata da palazzi, asimmetrica rispetto all'ingresso principale della Villa: via Umberto.

Comunque, nella prima metà del secolo, le cose erano andate anche peggio! Mancavano i quattrini, soprattutto mancava la volontà di fare, nei pubblici amministratori (anche allora!). I catanesi venivano spremuti fino all'osso, dovendosi provvedere alle opere di difesa e al mantenimento della truppa. Talchè il danaro, prendeva rapidamente la strada per Napoli senza la benchè minima contropartita a beneficio di Catania. E cresceva miseria, disoccupazione e malcontento.

Mancava l'opera distruttiva dell'uomo, la minaccia, cioè, proveniente da quelle persone che, in perfetta antitesi ai 'ricostruttori' del '700, tutte le pensarono per mortificare Catania e i catanesi.

Il Palazzo degli Elefanti, il Palazzo dei Chierici, la Cattedrale furono le vittime più illustri del furore auto-lesionistico che invase quei nostri concittadini. L'ex Seminario fu deturpato all'interno con ignominiose sovrastrutture, all'esterno con un irsuto bugnato spinto fino alla cornice di coronamento (venne restituito all'originale architettura nel 1937, in occasione della venuta di Mussolini); il Palazzo Comunale e la Cattedrale furono all'interno ricoperti di stucco, sotto la cui coltre scomparvero colonne, fregi, decorazioni, affreschi, e insomma, la testimonianza di un'arte che andava conservata e valorizzata.

Nel 1862, il furore distruttivo si scatenò contro la bella fontana del Vaccarini e contro il mitico Elefante tanto caro ai catanesi. 'Che si aspetta a togliere il mostruoso animale dal Piano di Sant'Agata?', si blaterava da parte di un gruppo di allegri distruttori.
Il Liotru, carico di secoli e di storia, si salvò per miracolo, a furor di popolo, quando già il sindaco del tempo ne aveva autorizzato la soppressione ed una squadra di operai lo aveva imbracato con delle grosse funi per tirarlo giù!

Poi venne la volta del Castello Ursino.
L'illustre maniero ferediciano, corse il rischio di morire soffocato per mano dell'uomo nel 1879, quando a Catania si dibatteva il problema di dove edificare la Caserma Militare. Dopo 'ponderata riflessione', la scelta cadde proprio sul Castello Ursino, ma non nel senso che la caserma sarebbe sorta nelle adiacenze del Castello o ai margini della piazza, ma addirittura addossato ad un suo fianco, per farne un tutt'uno! La 'splendida' idea venne perfezionata con deliberazione consiliare del 19 Aprile 1879, correlata del relativo progetto tecnico e debitamente finanziata con lo stanziamento di una prima somma di lire 170 mila.
Se il Castello si salvò, lo si deve all'autorità militare che trovò quella soluzione non rispondente alle esigenze di acquartieramento della truppa!

Catania rimaneva nel degrado. Si poteva sperare nella realizzazione di talune opere di largo respiro come la villa pubblica, il molo, la ferrovia, l'ospedale, il teatro?
Eppure, i catanesi, testardi e pazienti, sperarono che il regio governo, un giorno o l'altro, avrebbe fatto il miracolo. E attesero. Ma l'attesa fu lunga, troppo lunga.
Fatti i conti e tirate le somme, si giunge alla constatazione che, in linea di massima, l'attesa degli anziani non fu mai o quasi mai soddisfatta per scadenza dei limiti della vita terrena. E valga il vero.

Per la realizzazione della Villa, dalla data di acquisto del biscariano Laberinto (1853) al completamento dei lavori di trasformazione da giardino privato in villa pubblica (1883) furono spesi trent'anni tondi tondi; per la ferrovia, e per la stazione centrale, fra sterili discussioni in Consiglio comunale, polemiche e diatribe varie, passarono una ventina d'anni; la stessa cosa dicasi per l'ospedale Vittorio Emanuele II.

Per il Teatro Massimo, si potrebbe imbastire un romanzo d'appendice, lungo e venato di giallo, per raccontarne la storia: dal 1812, allorchè ne furono gettate le fondazioni, al giorno dell'inaugurazione (1890) filarono via 78 anni.

Per il molo, l'attesa non fu lunga, fu eterna!
Le prime 'casce' furono calate in mare nel 1438 circa, per iniziativa di Alfonso V il Magnanimo. Nel 1440, si opinò che sarebbe stato meglio porre mano ad un progetto tecnico e fu ad hoc incaricato il messinese Bonfiglio Ansalone.

Nel Cinquecento, tutto tace. Nel 1601, riprendono i lavori...; nel 1634 ci si accorge che il mare aveva inghiottito quel poco ch'era stato fatto. Dopo l'eruzione del 1669 si sperò nella buona volta. Macchè, speranze vane! Nel 1778 'permise la Maestà del Re Ferdinando I, di gloriosa ricordanza, la costruzione del sospirato porto in Catania...' e nel 1785 l'ingegnere idraulico Giuseppe Zahra appronta il progetto e lo inoltra a Napoli, per la reale approvazione. Ma niente, l'approvazione non si può avere.

Nel 1841 riprendono i lavori, finalmente. Si costruisce un pezzo di molo, ma il mare ne fa un boccone anche questa volta. Fino al 1853 i lavori progrediscono soltanto a parole. Poi si passa ai fatti e nel 1870, il governo centrale stanzia tre milioni e mezzo per la costruzione del molo catanese, che venne completato nel ventennio fascista.

Nella indicazione delle date, si è forse abusato. Ma era necessario per dimostrare, con la forza dei numeri, che dai tempi di Re Alfonso a quelli di Vittorio Emanuele III erano passati 460 anni!

Il presente articolo, di Lucio Sciacca, è stato tratto da 'Quaderni su Catania' e da me, in parte, sintetizzato. Chiunque desiderasse approfondire l'argomento, potrà consultare 'Catania com'era' e 'I catanesi com'erano' dello stesso Autore.

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